Ecco chi sono (e cosa faranno, forse) gli stilisti chiamati a cambiare l’immagine delle fashion week di Milano e Parigi

di Angelo Flaccavento

Come un ordigno a orologeria o un prodotto deperibile, i paragrafi che seguono sono a tempo. Tutta la scrittura che ruota intorno alla moda lo è, ma la congiuntura di questo settembre trasformativo è quanto mai singolare, a tutti gli effetti storica. In un convergere di crisi del settore, fame di novità, cinismo affaristico e naturale avvicendamento generazionale, la compagine dei colossi che dominano in modo incondizionato la scena è in piena mutazione, o così sembrerebbe. Dior, Chanel, Gucci, Balenciaga, Versace (e poi ancora Bottega Veneta, Jil Sander, Marni) sono le maison e i marchi alla cui guida, scelti da ceo illuminati o potenti, siedono nuovi autori – soliti noti, illustri sconosciuti – il cui operato verrà svelato a giorni. Non c’è nulla che la Moda ami più del cambiamento, intossicata dal brivido ineguagliabile di quel che verrà dopo, del futuro in anticipo di sei mesi che sconfigge l’obsolescenza.

L’impazienza è tale che congetture e previsioni su quel che sarà continuano a moltiplicarsi nella eco infinita del commento generalista. Ci uniamo al coro delle Sibille, consapevoli che i debutti sono comunque solo possibilità, sinopie di grandi affreschi, e che immaginare visioni altrui è creare chimere mitologiche. Proprio così vorremmo discettare dei Mutaforma, come potremmo chiamarli: esseri semi-reali i cui poteri nascono da deduzioni sul già fatto, ma le cui prossime azioni sono pura ipotesi. Nel giro di poche settimane, forse ore, il contenuto di queste pagine sarà infatti un colossale come non detto, un paradossale ve l’avevo detto, o proprio un nulla di fatto.