Il sistema della moda sovente opera in una bolla che rischia di renderlo irrilevante, o criminalmente disattento e superficiale. È quanto mai evidente nella fashion week parigina: con quanto sta avvenendo nel mondo, sono pochi i designer che in qualche modo additano le storture angoscianti dello status quo. Certo, il rischio di glamorizzare la protesta, o il pensiero critico, disinnescandoli, è alto, ma prendere posizione è anche un gesto di umanità.
Alessandro Michele, da Valentino, lo fa affidando riflessioni urgenti e necessarie al testo che accompagna la sfilata, e che le dà il titolo, “Lucciole: parole accorate”, desunte da una lettera giovanile di Pier Paolo Pasolini, scritta da studente nel pieno delle tenebre del regime fascista, nella quale lo scrittore inneggia alle lucciole come capacità di resistere alla notte buia.
Parole che risuonano con il nuovo oscurantismo, con il conformismo che dilaga, con l’inumano che si impone; pensieri che poco hanno forse a che fare con quanto presenta in passerella, ma che in qualche modo danno un contesto ad un nuovo Valentino, più puro e asciutto, nel quale il potere salvifico della bellezza è celebrato in sottrazione invece che in accumulo.







