In un’epoca in cui la retorica dell’archivio inizia risultare stantia e tutto sembra pericolosamente già detto, il weekend della Milano Fashion Week maschile ha agito da sismografo. Tra un calendario rarefatto e una marea di presentazioni, la distanza tra l’identità reale e la mera sovrastruttura comunicativa non è mai stata così netta. La sfida oggi non è più inventare l’inedito, ma capire come rendere rilevante il “già visto” senza scadere nel nostalgico. Se Zegna ha affrontato il dilemma attingendo all’armadio del fondatore Ermenegildo, lavorando su un sapore retrò sapientemente attualizzato, è Prada a consegnarci, come sempre, la griglia di lettura definitiva del nostro tempo. Miuccia Prada e Raf Simons sono andati dritti al punto, manipolando i capispalla iconici del brand per dimostrare che ciò che conosciamo può essere rassicurante e desiderabile proprio perché “scomodamente” trasformato.

Dall’altra parte della barricata, c’è chi ha cercato di infiocchettare il vuoto con narrazioni scricchiolanti: è il caso di Dolce & Gabbana, dove il manifesto contro gli stereotipi è affogato in una passerella che di quegli stessi stereotipi ha fatto un catalogo, per giunta poco inclusivo. Anche Lessico Familiare ha tentato di alzare la voce, finendo però per rifugiarsi in un “famolo strano” che rischia di confondere la ricerca stilistica con l’eccesso fine a se stesso. È sul crinale anche Dsquared2, che come sempre ha puntato tutto sugli effetti scenici che fanno dire wow e rendono virali sui social, facendo per un attimo dimenticare lo stato di crisi in cui versa il brand. Ecco allora che, mentre attendiamo con il fiato sospeso la prima vera sfilata di Giorgio Armani senza re Giorgio, abbiamo provato a stilare il bilancio dei top & flop di questo fashion week(end), tra chi abita la moda e chi prova solo a impacchettarla.