Unpiccolo paese vicino Torino con una Culla per la Vita che attendeva da 12 anni un neonato. Un messaggio di speranza tecnologico per un problema antico: un neonato che non può essere accolto, accudito, inserito in una vita già troppo complicata. Un atto di tutela e di tenerezza di una comunità verso le donne che non ce la fanno in quel momento, in quella fase della loro vita ad accettare di farsi carico di un piccolo essere umano bisognoso di tutto. Una Ruota degli Esposti moderna, che non porta in un orfanatrofio, ma consente di trovare una famiglia consapevole che ha percorso con speranza il lungo cammino che porta ad un’adozione. Senza speranza di un futuro migliore per una vita nascente la donna non avrebbe cercato un luogo sicuro dove lasciarlo. Certamente, scegliere una Culla per la Vita dove deporre un bimbo appena nato o già di qualche mese richiede una ricerca accurata precedente. Non è un atto impulsivo, un rifiuto istintivo. È una scelta rispettabile, comprensibile, non giudicabile. Chiederei alla curiosità morbosa per i particolari di molti di noi di acquietarsi e di avvolgere nel silenzio la storia di questo neonato. Di pensare a questa storia senza pregiudizi e stereotipi. Mi piacerebbe che tutte le donne sapessero che esistono altre soluzioni che garantiscono una maggiore sicurezza per la partoriente e per il nascituro. In Italia si può entrare in un ospedale e dichiarare di volere partorire in anonimato. Nessuno, in un “normale” servizio ospedaliero, si permette di condizionare una donna a tenere a tutti i costi un bambino.