di

Susanna Tamaro

Ormai la caccia è un’attività di nicchia che riguarda 500 mila persone in un Paese di 60 milioni di abitanti, dei quali il 90% è contrario. Il vantaggio politico sembra essere abbastanza fragile

Quando ho letto il testo del disegno di legge 1552 sulla modifica della regolamentazione della caccia mi è tornato in mente il ritornello della famosa canzone di Edoardo De Crescenzo: Ancora... Ancora... Ancora! Sì, non sono passati due anni dalla proposta Bruzzone — che pretendeva la caccia 7 giorni su 7 e l’utilizzo dei richiami vivi — e adesso ritorna con ulteriori aggravi una nuova proposta di modifica della legge 157 del 1992 — che regolamentava la pratica della caccia, proclamando la fauna selvatica patrimonio dello Stato — ottenuta dopo grandi battaglie e che ha segnato un grande passo della civiltà del nostro Paese.

La prima domanda che viene in mente è perché? A chi giova? Di solito, seguendo i soldi, si comprendono le motivazioni, ma non credo che in questo momento le industrie delle armi abbiano bisogno di un incremento delle vendite. Una grande campagna cattura voti? Ma i voti di chi? I cacciatori sono sempre stati un ambito jolly elettorale sia da parte della sinistra che della destra, blandito con promesse e continue concessioni. Ma ormai la caccia è un’attività di nicchia che riguarda 500 mila persone in un Paese di 60 milioni di abitanti, dei quali il 90% è contrario alla caccia. Dunque, il vantaggio politico sembra essere abbastanza fragile. L’affermazione di un’appartenenza identitaria? Un po’ imbarazzante perché credo ormai che le persone si aspettino anche dai partiti conservatori altri tipi di identità.