Professor Marco Tarchi, lei come si spiega le parole di Donald Trump a proposito del colloquio con Giorgia Meloni al G7: rancore per le critiche agli attacchi al Papa e per il mancato aiuto sulla guerra in Iran oppure stizza per la firma di un memorandum che al momento appare favorevole a Teheran?

Al di là dei singoli episodi, è la conseguenza di un tratto sempre più evidente della psicologia del personaggio: la megalomania – non è forse arrivato a dichiararsi più importante di Napoleone e di Alessandro Magno? – che lo porta a rendergli impossibile pensare che chiunque, specie se si dichiara suo amico, possa sottrarsi ai suoi ordini. Trump non considera nessuno suo alleato: vede solo un padrone e dei dipendenti che devono assecondarlo. E non ha torto, se si considera il rapporto che si è creato da decenni, all’interno del cosiddetto Occidente, fra gli inquilini della Casa Bianca e i loro presunti partners.

Ha ragione chi vede un disegno trumpiano per picconare l'Europa – prima c'erano state le sferzate a Macron che “sbaglia tutto”, Merz che rimuove il D-Day, Starmer che non è Winston Churchill – o è complottismo?

Che nella sua amministrazione questo disegno ci sia, e non sia mai stato celato, è evidente: non è solo questa Europa a non piacere all’attuale presidenza – come è emerso dal famoso discorso di JD Vance o dalla recentissima sfuriata di Pete Hegseth –, ma è, in sé, l’ipotesi che l’Europa possa costituire un giorno l’abbozzo di un “grande spazio” geopolitico autonomo e quindi rallentare i legami con l’altra sponda dell’Atlantico. Anche il progetto di ridimensionamento della presenza di militari statunitensi sul suolo europeo vuol far capire agli interessati che non sono più considerati una pedina essenziale della strategia degli Usa in campo internazionale.