«Se giudico dai precedenti di altri leader alleati insultati da Trump, lo scontro diplomatico tra Donald Trump e Giorgia Meloni non è destinato a lasciare molti strascichi».Eppure c’è chi sostiene che il presidente Usa sia arrabbiato personalmente con la nostra premier, che non ha assecondato le sue richieste nella guerra all’Iran...
«I rapporti bilaterali obbediscono a delle logiche profonde, prescindono dalle relazioni personali e dal risentimento per le offese subite. L’amicizia non esiste quasi mai nei rapporti fra leader. Contano i rapporti di forze, il posizionamento geopolitico, la sicurezza militare, l’accumulo di interessi economici».Il governo italiano pare intenzionato a voltare pagina e chiudere l’incidente: sarebbe una decisione corretta?
«Certo. La tempra dello statista si nota anche in questi frangenti: un capo di governo deve guardare agli interessi di lungo periodo del proprio Paese, anche a costo di ingoiare amaro e sacrificare il proprio orgoglio personale. Continuare lo scambio di accuse farebbe la felicità dei social e dei media, ma renderebbe più complicato il lavoro di chi dietro le quinte sta già adoperandosi per seppellire l’incidente e ricucire».«Lo scontro Trump-Meloni ha avuto molta eco in Usa», racconta Federico Rampini, già corrispondente da New York, Pechino e Bruxelles e oggi scrittore ed editorialista del Corriere della Sera. «Che abbiano dato visibilità alla vicenda i grandi media vicini al partito democratico come Cnn, New York Times e Washington Post è logico, perché non perdono occasione di evidenziare le difficoltà di Trump. Mi ha colpito però che media di destra come la tv Fox News e il tabloid New York Post abbiano trattato con attenzione e rispetto Giorgia Meloni». Nel suo ultimo libro, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole (Mondadori, aprile 2026), il giornalista analizza la fine del sogno pacificatorio della globalizzazione e la sfida per la supremazia planetaria tra Washington e Pechino, con Mosca comparsa rabbiosa e minacciosa e Bruxelles spettatrice confusa e indolente. «La caduta di consenso di Trump è reale», spiega, «anche se in parte è fisiologica: quasi tutti i presidenti nella storia hanno visto il proprio partito castigato dagli elettori alle elezioni di metà mandato. Lui era già in crisi prima, la guerra in Iran ha peggiorato le cose».L’alleanza sempre e comunque con gli Usa resta la stella polare per l’Italia o ha ragione chi suggerisce di guardare altrove, per esempio alla Cina?













