“Qui la gente si è rotta i coglioni, non ce la fa più”. Corrisponde alla realtà l’idea secondo cui il Veneto è la regione, in Italia, con le più profonde contraddizioni. È sufficiente percorrerlo, come abbiamo fatto, da ovest a est: dall’infinita sequenza senz’ordine di casermoni squadrati ai gioielli che spuntano dove meno te lo aspetti; dietro una curva, oltre un ponte rinascimentale. Le brutture, gli ecomostri, i grandi scheletri industriali, e poi le piazze, le case rurali perfettamente conservate, le ville storiche che lasciano senza fiato. Per non parlare della natura, delle montagne, dalle Dolomiti al Monte Ortigara ai faggi e agli abeti del Cansiglio.

Ma è altrettanto vero che le contraddizioni, profonde, non risparmiano chi abita queste terre. Accanto al cliché dei grandi lavoratori, della fabbrichetta e della villetta unifamiliare col giardino – il Veneto resta la terza economia del Paese, un tasso di disoccupazione (3,1%) che è quasi la metà di quello nazionale (5,1%) – tra le pieghe della regione scorre il fermento delle persone che resistono: l’associazionismo e l’attivismo internazionale che in questi anni hanno supportato la Palestina, i No Tav a Vicenza (e l’ex No Dal Molin), i No Grandi Navi a Venezia.