di
Cristina Ravanelli
È la malattia più diffusa in età fertile e da ora in poi si chiamerà «sindrome ovarica poliendocrino-metabolica». Una modifica voluta sia dalle pazienti sia dagli esperti per favorire un approccio multidisciplinare
«Ho avuto il primo ciclo a 13 anni poi è sparito per mesi. Il ginecologo diceva che era normale per un’adolescente, io però intanto prendevo peso, avevo l’acne e mi sentivo sempre stanca. A vent’anni un medico ha dato un nome al mio problema: sindrome dell’ovaio policistico». Anna racconta così il suo percorso verso la diagnosi. Gabriella, invece, ricorda soprattutto la vergogna: «Il sintomo più difficile da accettare non è stato il ciclo irregolare, ma i peli sul viso: a scuola mi prendevano in giro».
Storie più comuni di quanto si pensi: la sindrome dell’ovaio policistico (Pcos) colpisce circa 1 donna su 10, attestandosi come una delle patologie femminili più diffuse in età fertile. Non è, però, soltanto una questione ginecologica. Lo conferma la decisione di cambiare il nome della malattia: oggi viene definita sindrome ovarica poliendocrino-metabolica (Pmos). L’annuncio è arrivato durante l’ultimo Congresso Europeo di Endocrinologia, a Praga, poi confermato con una pubblicazione su The Lancet. La nuova denominazione è il risultato del più ampio processo internazionale di revisione terminologica mai realizzato in ambito medico: oltre 22 mila persone, tra pazienti e professionisti sanitari, hanno partecipato a sondaggi e workshop sul tema.«Il vecchio nome, focalizzandosi solo sull’ovaio, non rappresenta la complessità clinica della sindrome né l’ampio spettro sintomatologico affrontato dalle pazienti. Questa limitata definizione ha contribuito a ritardi diagnostici, sotto-diagnosi e difficoltà di accesso a percorsi assistenziali appropriati», spiega Alessandra Gambineri, professoressa presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Endocrinologia (Sie).















