Riccardo è un ragazzo di 25 anni, quasi 26, abbandonato dalla sua famiglia. Ha un passato di tossicodipendenza e vive per strada. Si è presentato casualmente alla mia porta. L’ho osservato: è poco più grande di mia figlia maggiore, ma di poco. L’ho visto distratto, perso, con la testa tra le nuvole. Non era eccessivamente sporco, né nel corpo né nell’abbigliamento. Era un po’ trasandato, diciamo.
Mi si è avvicinato in silenzio e mi ha fissato. Gli ho chiesto cosa volesse e lui ha risposto: “Non voglio nulla”. Allora gli ho domandato: “Vivi per strada?”. “Perché mi fai questa domanda?” mi ha risposto. Gli ho detto che, per esperienza, pensavo vivesse per strada. Ha esitato un momento e poi ha confermato di sì, dicendo che dormiva poco distante da dove mi trovavo io. A un certo punto abbiamo iniziato a chiacchierare, due parole tra un uomo adulto e un giovane uomo.
Non mi sono fatto i fatti miei e gli ho domandato perché vivesse in strada. Mi ha raccontato a modo suo la sua storia: i problemi che aveva avuto, le scelte sbagliate che aveva fatto e quelle che, in parte, stava ancora facendo. Chi legge questo blog sa che, attraverso un intervento diretto e una rete di amici, in sostanza una comunità attiva, ci siamo impegnati in questi mesi per restituire dignità a chi vive per strada, anche solo attraverso una doccia o un pasto caldo. Quando gli ho proposto uno dei buoni per lavarsi e gli ho spiegato dove poteva andare, mi ha detto che in quella zona non poteva presentarsi: aveva avuto una “discussione” con un mio collega, al quale aveva rubato del cibo. Per questo motivo lì non era più ben accetto, ma esisteva un’alternativa in un altro bagno.






