Tiziana Dal Pra nel 1997 ha fondato a Imola l’associazione Trama di Terre. Non ne è più alla guida, ma continua a occuparsi di ragazze vittime di matrimoni forzati: oggi fa formazione, supervisione, interventi a chiamata. Si definisce «un’attivista, una militante, formatrice interculturale di genere». O più semplicemente una «libera battitrice». L’abbiamo incontrata. Quando si parla di matrimoni forzati cosa vede di nuovo rispetto a qualche anno fa?«Le ragazze, anche di nazionalità diverse, hanno molta più consapevolezza e forza nel riappropriarsi della propria vita. È un cambiamento difficilissimo: la rottura con la famiglia è devastante, spesso un percorso lungo anni, vissuto nella solitudine, con poche amicizie e lavori precari. Loro però vanno avanti. Sono le formule di accoglienza e di accompagnamento a rimanere ferme». Come reagiscono in queste situazioni le famiglie di origine?«Da un lato l’approccio è sempre lo stesso: «Ti prometto che non ti succederà niente, e se poi vorrai un altro uomo potrai cambiarlo». Dall’altro c’è un meccanismo più profondo, fatto di controllo. E intanto il sistema reagisce in ritardo. Se le ragazze sono minorenni – spesso hanno sedici, diciassette anni – finiscono nelle case famiglia. Se sono maggiorenni nei centri antiviolenza e nelle case rifugio. Sempre dopo, mai prima». Cosa intende?«Quello che si è fatto finora non è prevenzione, ma gestione dell’emergenza. Al centro antiviolenza o ai servizi sociali ci si arriva quando è già troppo tardi. Manca la messa in rete: ogni soggetto che dovrebbe accompagnare queste ragazze lavora per conto suo e così restano sempre delle crepe negli interventi. La scuola non si collega al servizio sociale, il servizio sociale non si collega al centro antiviolenza. Senza coordinamento non ci sono nemmeno i dati: se non so quante ragazze abbandonano gli studi, non posso intervenire nella scuola». Come sarebbe allora una prevenzione vera?«Dopo il caso della ragazza del Bangladesh a Rimini – costretta a sposarsi e vittima di violenze per mesi prima di riuscire a denunciare – avremmo dovuto guardare i dati delle iscrizioni scolastiche: quante ragazze ritirate, o che pur avendone l’età non si erano iscritte. Sono dati collegabili, che non criminalizzano nessuna nazionalità. La scuola vede la ragazza che non viene più o che piange. Ma quei segnali non diventano azione. I consultori potrebbero fare molto: sono i luoghi che vedono i corpi delle giovani donne. Oggi la legge permette di intervenire prima: può farlo anche un’insegnante». Qual è il suo rapporto con le istituzioni?«Manca la mentalità del cambiamento, la volontà di strutturare la prevenzione. I dati continuo a raccoglierli anche se nessuno me li chiede, perché nemmeno le leggi prevedono che qualcuno, ogni anno, faccia rilevazioni. Le regioni più esposte restano l’Emilia-Romagna e la Lombardia, e adesso si sta muovendo molto anche il riminese. Sottovalutiamo. Facciamo tanti proclami, ma le informazioni che negli anni siamo riuscite a raccogliere non le condividiamo. E sono quelle informazioni che servono a prevenire». Ci sono segnali di cambiamento?«Le ragazze cominciano a rivendicare spazi che prima non avrebbero potuto nemmeno nominare: parlano di laicità, di identità, della libertà di essere quello che sono. È uscito in questi giorni un film, La più piccola, la storia di una ragazza di origine algerina che si scopre lesbica e vive in Francia. L’Italia è l’unico Paese in Europa ad averlo distribuito con un divieto ai minori di quattordici anni. Anche questo dice quanto lavoro resta da fare». Lei parla spesso di femminismo intersezionale.«Lottare contro i matrimoni forzati è praticare il femminismo intersezionale. Qui c’è tutto: la giovane età, la cultura, la povertà, a volte un documento che manca. Le ragazze hanno chiaro cosa accadrà nella comunità, cosa è successo nel Paese d’origine. Trovo idiota che la politica non le ascolti: studiamo il caso, lo portiamo all’attenzione dei media, ma sprechiamo tutto quello che potremmo imparare da loro. Il cambiamento nasce da lì». Qual è il suo obiettivo oggi?«Che nasca un’associazione fatta da queste ragazze, prima a livello regionale, in cui le italiane diano sostegno senza essere le protagoniste. È lì che può cambiare anche l’interesse politico, che oggi è scarsissimo. Ho paura che i migranti stiano scomparendo: da soggetti sono diventati oggetti. Per la prima volta, invece, ci sono ragazze che ci mettono la faccia. Noi dobbiamo fare un passo indietro e fare da spalla».
Tiziana Dal Pra: “Se una ragazzina lascia la scuola o piange in classe bisogna agire. E invece si preferisce aspettare”
«È un cambiamento difficilissimo: la rottura con la famiglia è devastante, spesso un percorso di anni»
La scuola vede ragazze che abbandonano studi o piangono, ma il sistema reagisce solo in emergenza — manca coordinamento preventivo su matrimoni forzati. Serve raccolta sistematica di dati e messa in rete tra scuola, servizi sociali e centri antiviolenza per intercettare i casi prima della crisi.






