Sembra proprio che non si conoscessero. È strano, perché negli anni in cui vissero a Firenze, prima di spostarsi su colline agli estremi opposti della città, abitarono vicine, una passeggiata di un quarto d’ora sui Lungarni. Poco distante, in un albergo affacciato sul fiume, alloggiava un noto scrittore la cui amicizia ebbe un singolare riverbero sulla vita di entrambe. È anche vero però che Constance Fenimore Woolson e Violet Paget, in arte Vernon Lee, non avrebbero potuto essere più diverse. Né ad allontanarle era solo il divario dell’età.

Nata in New Hampshire nel 1840 da una vecchia famiglia americana, un prozio era l’autore dell’Ultimo dei Mohicani, cresciuta tra infiniti lutti e continui spostamenti verso ovest, Woolson arriva in Europa nel 1879, quando è già un’autrice apprezzata di racconti di frontiera e ha appena concluso la stesura di Anne (1880), il romanzo che le darà il successo. Rifugge la mondanità fiorentina, oltre che dedicarsi alla scrittura ama spingersi in lunghe passeggiate solitarie.

È timida, riservata, malinconica; determinata tuttavia e indipendente. Ci sente poco da un orecchio. Appartiene invece a un ambiente cosmopolita l’esuberante, loquace, trasgressiva Vernon Lee, nata a Boulougne-sur-Mer nel 1856 da genitori britannici ma espatriati, stravaganti e colti. Dopo molto girovagare tra Francia, Germania, Svizzera, Italia la famiglia nel 1873 si stabilisce a Firenze, dove la loro casa, non ancora la famosa villa del Palmerino, diventa un crocevia per artisti e intellettuali del vecchio e nuovo mondo. Nel 1880, quando esordisce, è soprattutto una saggista: la attraggono le fiabe, la musica del Settecento, il rinascimento italiano. I suoi interessi innervano le fantasiose ghost stories che firmerà cominciando dal fortunato Hauntings (1890).