Mai percorso neppure un metro dei corridoi infiniti di Foggy Bottom, oggi il regno senza potere di Marco Rubio. Steve Witkoff osserva il mondo, come ha sempre fatto, dai piani alti dei grattacieli newyorkesi e oggi interviene da protagonista nelle vicende cruciali del pianeta con quella durezza malleabile dell’uomo d’affari di Manhattan che, agli occhi del suo amico e sodale di sempre, Donald Trump, manca a Rubio e manca anche al vicepresidente JD Vance.
Così, oggi a Ginevra, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi non si troverà davanti il suo omologo americano, di nuovo latitante in una partita decisiva, ma il compagno di golf del presidente, con al fianco Jared Kushner, il genero di Trump. Poi arriverà Vance, a Ginevra, ma sarà Witkoff a dare luce verde da parte americana a un eventuale deal, in contatto diretto con l’amico Donald. D’altronde, chi più e chi meglio di un immobiliarista può rappresentare l’immobiliarista-in-capo in una trattativa con al centro affari, soldi, ricostruzione, petrolio? È la Ceo diplomacy, che, se funziona a Teheran, a maggior ragione, secondo Trump, funzionerà a Kiev e a Mosca (dove Witkoff è di casa).
Witkoff viene dal real estate newyorchese, lo stesso universo da cui Trump ha tratto e creato per decenni il proprio immaginario di successo, potere e negoziazione. Non è un diplomatico di carriera e non finge di esserlo. È invece un uomo che incarna un metodo: relazione personale, pressione negoziale, intuizione, promessa di chiudere accordi dove l’apparato vede solo complessità. È la versione diplomatica di una mentalità da dealmaker che Trump trova familiare e rassicurante. Se la linea americana verso l’Iran è plasmata più da una figura come Witkoff che dalle sedi tradizionali della diplomazia, cresce lo sconcerto, a Washington, come nelle altre capitali che contano, su una politica internazionale gestita dalla principale potenza mondiale come una trattativa privata più che come una strategia di Stato.










