Uscito molto male dalla guerra all’Iran, Trump si è presentato così al G7: eccomi, sono il capo. È stato il vertice in cui ha ottenuto meno. Il presidente americano ha un bisogno compulsivo di raccontarsi come il più forte, il più potente del mondo. È una delle poche cose prevedibili di lui. Questo bisogno aumenta (banale riflesso psicologico) tutte le volte in cui va a sbattere – al contrario – contro la sua impotenza. Neanche questo accade di rado.
La sua idea di leadership non è che un desiderio di dominio, impulso non estraneo all’incapacità tattica e negoziale di un protagonista di molte sconfitte. A concetti tanto rozzi finiscono per fare la sponda coloro che concepiscono come unico atteggiamento dignitoso quello di replicare con altrettanti muscoli e gagliardia. Così per Trump ma anche per le sue vittime, trattare può tradursi solo con implorare.
A tanto poco si è ridotta la diplomazia, per colpa innanzitutto dell’arrogante bullo americano ma anche per la scarsa fantasia dei retori della nazione dalla schiena dritta. I risultati sono nulli per entrambi.
Nessun dubbio poi che l’impulso primitivo scatti in Trump più immediato e automatico quando deve confrontarsi con una donna. Se la presidente del Messico era «una donna molto spaventata», e non ricordiamo parole di condanna da chi allora gli era alleata, Giorgia Meloni adesso è «implorante» e «fa pena». L’immaginario è quello, alla Casa bianca non arrivano le alzate di ingegno dei deputati 5 stelle altrimenti le approverebbero.













