Max Pezzali – ph Francesco Colombo

Già nel 2011 Simon Reynolds, in un libro probabilmente più citato che letto, raccontava l'impatto che la retromania aveva sulla nostra vita e sulla musica. Quel momento in cui l'era pop in cui vivevamo era "impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo" come diceva all'inizio di questo saggio che siamo certi Max Pezzali abbia letto. La critica del giornalista britannico è di qualche anno fa, ma la retromania ha semanticamente ampliato il proprio campo d'azione e la parola è stata presa in prestito per descrivere i fenomeni più vari. L'effetto nostalgia è ormai un dato di fatto: reunion, repack, celebrazione di album e sentimenti di anni fa. Non è una cosa sempre negativa, però, anzi. A volte questa nostalgia fa da collante in un momento in cui si polarizzano sempre più le posizioni, dalla politica alla musica.

E in effetti quello che fa Max Pezzali con il suo ultimo tour, FestivalMax – arrivato il 19 giugno anche al Maradona di Napoli -, è proprio questo, unire migliaia di persone dietro l'egida della nostalgia e della musica, ça va sans dire. Non lo fa di nascosto, ma è tutto esplicito, il format è proprio trasformare quella nostalgia in uno strumento di comunità. E che Pezzali e gli 883 ci piacciano o meno importa fino a un certo punto. Non siamo più al punto di discussione sull'influenza di quelle canzoni sulla nostra cultura, questo discorso lo abbiamo sdoganato quando Rockit pubblicò una compilation di cover fatte da artisti di un mondo che una volta definivamo indie. In quel momento, dopo polemiche enormi, abbiamo fatto pace con una cosa che era chiara: gli 883 hanno raccontato una generazione. Generazionali, appunto. Sono parte – come Vasco, Ligabue, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Tiziano Ferro – di un immaginario comune. E intorno a quell'immaginario condiviso, fatto di provincia – con conseguente fuga dalla routine – e amori anche un po' sfigati, si è creata una comunità che dopo 30 anni è ancora lì, talvolta fugge e critica la musica contemporanea, perché "quando ero giovane io…", e su quella malinconia – e a volte sulla pigrizia di immaginarsi un mondo musicale nuovo – ha costruito un rito collettivo. E Pezzali è un maestro nel riuscire a convogliare questa felicità malinconica in uno spettacolo di oltre due ore.