“Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza“: parole importanti, quelle che Max Pezzali dice al Corriere della Sera. In un’epoca dove conta essere al massimo a qualsiasi costo, il cantautore prosegue: “Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati”. E si definisce “sfigatello“.

Nella lunga chiacchierata si vede una sincerità che è merce rara nei cantautori d’oggi: “(…) il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore… Come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono ‘vada vada’”.

Dalla consapevolezza di essere l’artista che quest’anno vende più biglietti, ai ricordi di prime volte (“Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo”), e gli aneddoti su canzoni cult come “Sei un mito“: “È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione — per le feste di Radio Deejay — e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…”. Chi è il mito? Il nome Pezzali non lo dice ma racconta: “È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire”.