Che sia una colossale operazione nostalgia, è fuori di dubbio. Nostalgia per gli anni 90, le cassette musicali, i vecchi cellulari, il game boy, il walkman e i Ray Ban che troneggiano sul palco come oggetti culto dell’epoca, persino le vecchie lire che alla fine piovono sugli spettatori, nelle banconote da 10.000, quel «deca» che non bastava neppure per una pizza nelle notti padane di quarant’anni fa.

Max Pezzali, che chiuderà il suo trionfale tour negli stadi domani e domenica a San Siro (quasi 700.000 biglietti venduti, battendo nell’estate avversari tosti come Vasco e Cremonini) sa suonare benissimo la nota della nostalgia e non stupisce il fatto che i 50-60enni, suoi coetanei, accorrano a regalarsi tre ore di ricordi di gioventù, quando «la vita era più facile», per citare proprio Vasco.

E più facile lo era davvero, i cinquantenni di oggi erano alle prese coi licei, era appena caduto il muro di Berlino, si annunciavano sorti magnifiche e progressive per quella generazione tradita che legittimamente, oggi, guarda indietro con un rimpianto che Pezzali riesce a cogliere con le sue hit, col mito della compagnia, del gruppo che non ti lascia mai solo. Le donne, le ragazze, sono sempre qualcosa di «irraggiungibile», da guardare con un sentimento che non è di conquista, e neppure di cuoricini, semmai un complesso di inferiorità. Solo quelle belle, le «regine», idealtipo padano delle cheerleader americane, quelle che guardano i più grandi e i più fighi. E se una di loro accetta per caso un invito a cena, o risponde a una chilometrica lettera, allora subito diventa «un mito», salvo poi scoprire che la malcapitata è «anche simpatica», paradosso per una donna trofeo che fin lì era stata soprattutto un oggetto di discussione con gli amici. Da guardare da lontano, rassegnati all’idea che la massima ambizione poteva essere quella di diventare un amico-spasimante, una friendzone ante litteram, pur sapendo che così non si sarebbe «combinato niente».