Se mai un algoritmo prenderà il posto della sua creatività, per lui sarà giunto il momento di chiudere definitivamente la custodia del flauto e cambiare mestiere. Ian Anderson, 78 anni, storico frontman e fondatore dei Jethro Tull, non usa mezzi termini per tracciare il confine invalicabile tra il suo progressive rock e le derive tecnologiche del presente. In una schietta intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, l’artista scozzese si è scagliato contro l’impiego dell’Intelligenza Artificiale nell’arte, denunciando parallelamente l’impatto insostenibile dell’overtourism sulle città italiane.

L’attacco all’AI e l’elogio del “fatto a mano”

Sulla composizione musicale, il pioniere del flauto rock ha una regola ferrea: l’arte deve rimanere artigianato puro. “Il giorno in cui dovessi rivolgermi all’intelligenza artificiale per scrivere canzoni… Be’, quello sarebbe il giorno giusto per gettare la spugna e imparare a giocare a golf“, ha dichiarato al quotidiano milanese. Pur sottolineando come la band abbia costantemente abbracciato le innovazioni tecniche fin dall’esordio nel 1969, Anderson ribadisce che la loro musica è un prodotto “sempre ‘fatto a mano’ e ‘suonato a mano’“. Questa ostinazione analogica si riflette anche in “Curious Ruminant”, il ventiquattresimo e ultimo album del gruppo. In un’epoca dominata dallo streaming e dall’abbassamento della soglia dell’attenzione, Anderson ha inserito in scaletta “Drink from the Same Well”, un brano di ben 16 minuti, scritto assecondando l’istinto e non le regole del mercato. Una scelta consapevole delle dinamiche odierne: spetta all’autore suscitare interesse, ammette il cantante, senza poter “biasimare il pubblico o gli ascoltatori se preferiscono piatti pronti e semplici piuttosto che un banchetto di cinque portate”.