di
Edoardo Semmola
Intervista al frontman della leggendaria band progressive scozzese che torna in Italia per il concerto al Pistoia Blues: «Ma pare che tutti gli alberghi fossero pieni. Andremo a dormire in una piccola città a un’ora di distanza. Magari, si spera, più tranquilla. Delle città invase dalle masse di turisti cominciamo a non poterne più»
«Il giorno in cui dovessi rivolgermi all’intelligenza artificiale per scrivere canzoni... Be’, quello sarebbe il giorno giusto per gettare la spugna e imparare a giocare a golf». Sembra di vederlo il sorriso beffardo e intelligente di Ian Anderson — frontman, voce, autore, flautista, l’unico rimasto della formazione originale dei Jethro Tull, una delle principali band progressive di sempre — mentre sottolinea l’importanza della cultura artigianale nella musica: che è «sempre “fatta a mano” e “suonata a mano”» anche se loro, i Jethro Tull, «fin dagli esordi abbiamo sempre abbracciato le nuove innovazioni tecnologiche».
Ancora oggi come nel 1969, da fiero scozzese, lei tiene alta la bandiera del suo flauto che per primo ha trasformato in uno strumento rock.








