Il suo racconto è un viaggio, la sua voce una melodia. L’accento marocchino rende più cantato l’italiano. Seduti a un tavolo del suo locale, la “Vineria popolare” in via Saluzzo, con la sua storia partiamo da Casablanca – e ancora adesso non siamo arrivati, non si arriva mai alla fine delle storie. Mustapha Azzouzi ha 59 anni ed è un compagno. Non solo in senso politico, anche perché sa stare con gli altri e sa accogliere.

Un paio di notarelle a mo’ di premessa. Sulla spalla sinistra e sull’avambraccio ha tatuati il volto e il nome di Che Guevara. Sul muro, sopra una porta finestra del locale, c’è un pensiero dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz: “La patria di un uomo non è il suo luogo di nascita, ma il luogo in cui cessano i suoi tentativi di scappare”. Sulla parete di fondo, accanto a una bandiera palestinese, si leggono due versi di Abu Qasim al Shabbi, poeta anarchico tunisino del primo Novecento: “Se il popolo decide di vivere/ il destino non può che piegarsi”. Inoltre, è appassionato di Fabrizio De André e gli piacciono le stazioni, «perché sono luoghi di incontro e di saluti, dove vedi arrivare e partire la gente».

La storia di Mustapha Azzouzi è anche la sua geografia. «Comincia quando ho scelto di migrare. Avevo vent’anni. Era il 1987. Sono partito per imparare un mestiere, ma già l’emigrazione in sé è un mestiere: devi mangiare con tutti, parlare con tutti, imparare da tutti. Io sono nato a Casablanca, figlio di Sghir, professore di lettere, terzo di sette fratelli. Nella nostra cultura beduina spostarsi è normale. Tutti migrano, pesci, uccelli, vuoi che non migrino gli esseri umani? Mio padre ci ha insegnato che, per iniziare qualcosa, bisogna staccarsi da qualcos’altro. E che ciascuno deve scegliere il proprio percorso».