C’è un filo che lega Milano, l’Algeria e il Marocco in Voci ribelli, il nuovo progetto discografico di Giangilberto Monti. Un filo fatto di amicizia, memoria e musica, che attraversa decenni e riporta in vita canzoni nate oltre cinquant’anni fa, oggi rilette con uno spirito completamente nuovo. «Tutto nasce da un caro amico conosciuto all’università a Milano», racconta «Mahi Tibaoui: un intellettuale algerino con cui ho condiviso anche un impegno politico da giovane. Lui è stato tra i primi ad ascoltare le mie canzoni, come Algeri e Baltasar che poi sono finite nel primo album». Le loro strade si separano, ma non si perdono. L’amico torna in Algeria, poi è costretto a fuggire in Marocco a causa delle minacce degli integralisti. Monti continua a frequentare il mondo arabo (oltre a quello francese), costruendo nel tempo uno sguardo personale e non convenzionale. «Grazie a lui ho una visione del mondo arabo diversa da quella occidentale», spiega. «Mahi a un certo punto mi ha detto: “perché non rifai quei brani?”». Qui nasce l’intuizione: non una semplice riproposizione, ma una trasformazione radicale. «All’inizio ero titubante poi ho pensato: perché non rifarli con l’apporto di musicisti marocchini e il loro modo di suonare». L’esperienza in studio (il disco è stato registrato a Casablanca) si rivela subito fuori dagli schemi. «All’inizio non erano convinti», ammette Monti. «Sentivano questi arrangiamenti occidentali un po’ pomposi… poi però hanno capito e si sono messi davvero in gioco».
Dalla Francia al Maghreb passando per Milano, altri itinerari d’autore | il manifesto
(Visioni) C’è un filo che lega Milano, l’Algeria e il Marocco in Voci ribelli, il nuovo progetto discografico di Giangilberto Monti. Un filo fatto di amicizia, memoria e musica, che attraversa decenni e riporta in vita canzoni nate oltre cinquant’anni fa, oggi rilette con uno spirito completamente nuovo. «Tutto nasce da un caro amico conosciuto all’università








