Vent’anni, oltre 30 mila persone e un’idea di musica che continua ad allargarsi. Dal palco globale dei Nu Genea ai francesi-palermitani Dov’è Liana, passando per Zé Ibarra, Tära e FreshMula, il Mi Ami 2026 si è trasformato in un crogiolo di ritmi e immaginari. Un festival capace di guardare alla scena internazionale elevando, allo stesso tempo, gli artisti italiani emergentiVent’anni, oltre 30 mila persone e un’idea di musica che continua ad allargarsi. Dal palco globale dei Nu Genea ai francesi-palermitani Dov’è Liana, passando per Zé Ibarra, Tära e FreshMula, il Mi Ami 2026 si è trasformato in un crogiolo di ritmi e immaginari. Un festival capace di guardare alla scena internazionale elevando, allo stesso tempo, gli artisti italiani emergentiPer capire cos’è diventato il Mi Ami, vent’anni dopo, è bastato fermarsi qualche minuto lungo il viale dell’Idroscalo. Da una parte il lago artificiale, dall’altra cinque palchi che si sono trasformati, nel corso dei giorni, in continenti vicini: l’Arab’nB di Tära, l’italo-disco francese dei Dov’è Liana, la canzone brasiliana di Zé Ibarra, il funk mediterraneo dei Nu Genea, il rap italo-senegalese di FreshMula, l’elettronica francese di Myd, le chitarre argentine delle Pacifica, la selecta messicana di Coco Maria, il soul flamenco di Lua De Santana. In mezzo, oltre 30 mila persone e più di ottanta progetti a tenere insieme la 20esima edizione del festival della musica contemporanea italiana. Un compleanno a cifra tonda, celebrato dal 21 al 24 maggio, che ha confermato il Mi Ami come una delle poche bussole affidabili della musica nostrana in movimento.La sua forza, quest’anno ancor di più, è stata proprio diventare internazionale continuando a elevare la scena italiana. Il mondo non è arrivato solo con gli ospiti stranieri, pure tanti e scelti con gusto. È passato anche attraverso gli artisti italiani che hanno portato lingue, ritmiche e immaginari venuti da altrove. Napoli che diventa porto globale con i Nu Genea, Palermo filtrata dalla French touch dei Dov’è Liana, il Brasile evocato da Marco Castello, la Palestina e il Medio Oriente nell’urban di Tära, il Senegal dentro il flow di FreshMula. Il Mi Ami ha mostrato ciò che troppo spesso viene sottovalutato della musica italiana: quanto oggi sia già un crogiolo di influenze e accenti senza perdere la sua autorialità.Mi Ami, il racconto: Day 0Il primo vento arriva giovedì, nel Day 0, quando i palchi attivi sono solo due e il festival ancora scalda i motori. Tära, artista italo-palestinese, apre il varco dell’edizione con ciò che ha già volte definito il suo "Arab’nB". Che mescola musiche mediorientali, R&B e urban. Poco dopo, i Santamarea che portano un alt-pop siciliano attraversato da mitologie mediterranee, solo un accenno di ciò che verrà sfilacciato nel corso delle giornate.Mi Ami, il racconto del Day 1: da Faccianuvola ai Dov'è LianaSuperata la data zero, venerdì il Mi Ami cambia faccia. Il boulevard si riempie come un fiume, con i cinque palchi ormai attivi (e interattivi). Tra di loro, però, è il Weroad con Faccianuvola a rubare la scena. Da solo, davanti a una folla sproporzionata per un artista che fino a poco tempo fa sembrava un segreto custodito bene, porta quel mondo digitale e bucolico che ormai gli appartiene: synth e keytar senza dimenticare l’acustica e gli omaggi al cantautorato, con Cuccurucucù di Franco Battiato. E poi la sua timidezza, quella nostalgia di provincia per gli anni ormai andati senza piangersi addosso. Anzi, facendo ballare tutti in un continuo pogo che li costringe a mettere da parte i telefonini. Una sorta di epifania generazionale. Poche ore prima aveva già preparato il terreno insieme a Rareș, accompagnato al sassofono e al microfono nelle loro due collaborazioni: Agosto e Hanno previsto pioggia. Rareș, nato in Romania e cresciuto in Italia, porta un cantautorato fusion che tiene insieme quella tipica sensibilità italiana, punte elettroniche e una voce soave, ma mai in cerca di una posizione più alta rispetto alle strumentali. Fa lo stesso col pubblico. La sua esibizione, durante cui mette in scena tutto Stupido! (Il suo ultimo album), pare quasi una sindrome di Stendhal: un incessante incanto per la folla, che ringrazia di continuo, e la capacità di tenerla sempre con sé. Tra lui e Faccianuvola c’è l’idea che, più che fuori dall’Italia, la musica possa portare su un altro pianeta.Subito dopo, FreshMula cambia i battiti di quello stesso palco, con poliritmie africane, percussioni che girano attorno alla cassa senza mai perdere i suoi flow del rap all’italiana. La sera, a chiudere il palco Ing, arrivano poi i Dov’è Liana. Francesi adottati a Palermo, dove il trio è nato e ha trovato una parte decisiva del proprio immaginario. È su questa gratitudine che basano la propria musica, il loro concerto, persino gli intermezzi parlati. Con un timido ma travolgente italiano, dagli strascichi flautati e setosi come vuole il Parigot: “Milano vi ringraziamo, è bello tornare”. Nel mare magnum di gente che accorre a vederli, ridere, ballare e (forse dopo) fare l’amore le onde di persone sotto il palco si coprono il capo con le bandane, simbolo del trio. Poi appare Malika Ayane, accompagnata da altri coristi griffati seguendo l'estetica dei Dov'è Liana. Alla fine, la sicurezza deve persino spingere tutti fuori dal palco Ing con i nastri gialli, come fosse una safe zone che si chiude.Il venerdì è anche il giorno di altre apparizioni internazionali: gli irlandesi Basht., rullo compressore sul palco idealista; le Pacifica, duo argentino cresciuto a pane e Strokes, con un pop-rock dal piglio internazionale; Coco Maria sotto la tenda del Pepsi Club con la sua selecta messicana; Lua de Santana, brasiliana, a fondere funk, soul, flamenco ed elettronica; Tresca y Tigre che riportano in Italia hip hop, cumbia, dub e latin bass passando dalla Colombia.Mi Ami, il racconto del Day 2: crogiolo di suoni e cultureSabato è invece il palco Ing a diventare crogiolo di questa mappa musicale. Prima Zé Ibarra, cantautore brasiliano dalla presenza elegante e luminosa, che traghetta il festival verso sera solo con voce e chitarra. La sua musica arriva dal tropicalismo, che all’Idroscalo si traduce in una sessione acustica, quasi improvvisata in cerchio, come ci si trovasse su una spiaggia brasiliana, poco prima che la luce ceda. Chi lo segue, Marco Castello, gli restituisce i complimenti e forse anche un pizzico di emulazione. Nel suo set, tra jazz-funk, dialetto e miti siciliani, fa passare un po’ del Brasile di Gilberto Gil. E ancora, influenze asiatiche con Rubber Bazooka di One Piece e Oh! Tengo suerte di Masayoshi Takanaka. Poi, intervalla la festa con un appunto ironico dagli strascichi politici, in pieno stile Castello, sul rapporto tra la banca che fa da sponsor e alcune aziende coinvolte negli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati: "Siamo sul palco Ing, com’è che non ci hanno fatto regali da multinazionali che finanziano la guerra?".E poi arrivano loro: i Nu Genea. Nei loro dischi Napoli è già il centro gravitazionale di un mondo che tiene insieme funk, disco, club culture, soul, jazz. In una parola: Mediterraneo. Con People of the Moon, presentato proprio al Mi Ami, seguono un'ulteriore orbita, verso un altro pianeta. Sul palco ci sono voci provenienti da diverse coordinate di quest’asse, strumenti di ogni tipo, maracas, djembé, shaker, percussioni e fiati a costruire una festa che pare arrivare dal porto e finire sulla luna. La folla, poi, è oceanica davvero: gente che sale sulle spalle degli amici, sulle transenne, sulla ruota panoramica, qualcuno quasi costretto a guardare dall’acqua dell’Idroscalo. Tutti, con l’obiettivo di ballare.Dopo di loro, il debutto italiano di Myd con la sua elettronica francese. Sul palco idealista, i Cavalli Mongoli insieme ai francesi Dimension Bonus disintegrano le ultime energie della serata a suon di pogate finali. Proprio mentre dall’altra parte del parco Motta celebra i dieci anni dell'album La fine dei vent’anni. La chiusura del Mi AmiLa domenica mattina, infine, si chiude il cerchio con Cosmo. Alle otto, quando qualsiasi festival normale starebbe ancora raccogliendo bicchieri e corpi sfiniti, il Mi Ami (ri)convoca il suo pubblico davanti al palco WeRoad per una matinée elettronica. Un epilogo che fa capire perché questo possa restare uno dei pochi luoghi in cui tutto può convivere senza sembrare un algoritmo. Non c’è bisogno di scegliere tra generi, palchi, idee o gusti: basta seguire il suono, che sa ancora indicare dove sta andando la musica italiana. E per una volta, la risposta è dappertutto.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp
Il mondo passa dal Mi Ami Festival
Vent’anni, oltre 30 mila persone e un’idea di musica che continua ad allargarsi. Dal palco globale dei Nu Genea ai francesi-palermitani Dov’è Liana, passando pe









