Era il 18 dicembre 2024 quando una settantina di attivisti, secondo le cronache di quel giorno, sono entrati dentro la sede di Leonardo, la più importante azienda italiana nel settore della difesa, a Roma, per chiedere lo stop della fornitura di armi e tecnologie belliche a Israele e alla Turchia, «per evitare che vengano impiegate nei bombardamenti a Gaza, nella crisi siriana e nel massacro del popolo curdo».

Gli attivisti, durante la mobilitazione durata «in tutto, al massimo, una mezzoretta», sono entrati dentro il perimetro dell’azienda, hanno attraversato più volte l’area che circonda le palazzine che compongono lo stabilimento, tenendo tra le mani uno striscione con scritto «Dal Rojava alla Palestina, Leonardo assassina», mentre intonavano cori di protesta contro «la complicità dell’azienda nel genocidio a Gaza e nei conflitti che dilagano in tutto il mondo».

Gli attivisti, si capisce dai video della manifestazione diffusi via social e dai loro racconti, sono anche entrati nella sala mensa dell’azienda, «che in quel momento era vuota. Siamo rimasti solo pochi minuti. Poi, finita la passeggiata rumorosa – durante la quale si sono affacciati i dipendenti e il personale di sicurezza che ci intimavano di andar via – siamo usciti da soli dall’azienda e siamo tornati a casa. Non abbiamo arrecato nessun danno, tutto si è svolto pacificamente. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto arrivare le prime volanti delle forze dell’ordine», racconta Riccardo, uno dei due manifestanti che preferisce che la sua identità resti tutelata.