La Leonardo porta gli attivisti in tribunale: andranno a processo Simona e Riccardo, accusati di concorso in turbativa del possesso di cose immobili, per un blitz alla sede dell’azienda in via Tiburtina, a Roma. Era il dicembre 2024 quando una cinquantina di manifestanti entrarono nell’area del complesso per denunciare la complicità della società nella vendita di armi a Israele, urlando slogan al megafono e gettando della vernice sull’asfalto dell’area esterna.
Una protesta pacifica che secondo Leonardo avrebbe turbato così tanto lo stabilimento da impedire il normale svolgimento dell’attività lavorativa. Per questo ora l’azienda si è costituita parte civile, chiedendo ai due accusati un risarcimento danni di 150mila euro, anche per il «danno d’immagine derivante dall’indebito accostamento tra l’attività societaria e la complicità nel “genocidio a Gaza”».
«Legalmente è senza appiglio», dice Simona, convinta che l’azione sia stata puramente dimostrativa e per di più legittima: «Parliamo di un’azienda che non solo vende armi, ma non vuole neanche essere giudicata o attenzionata per questo. Chiedendo dei soldi a noi, stanno chiedendo di punire chi alza la propria voce». Secondo l’attivista, tanto il procedimento penale quanto la richiesta di risarcimento civile hanno «un intento intimidatorio, per scoraggiare proteste del genere in futuro. Provo molta rabbia e anche vergogna per loro».







