I dati del Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei giovani laureati raccontano una storia che merita di essere letta con attenzione, soprattutto da chi guida una piccola o media impresa italiana.

La prima notizia è positiva: la laurea continua a funzionare. A un anno dal conseguimento del titolo, oltre l’80% dei laureati lavora. A cinque anni, il tasso di occupazione supera il 94% per i laureati magistrali. Numeri che smentiscono definitivamente una delle leggende metropolitane più diffuse degli ultimi vent’anni: quella secondo cui studiare non servirebbe più.

La seconda notizia, però, è molto meno rassicurante.

Le imprese lamentano crescenti difficoltà nel trovare personale qualificato, mentre i giovani laureati dichiarano di essere sempre meno disponibili ad accettare lavori mal pagati, poco coerenti con il proprio percorso formativo o privi di prospettive di crescita. In altre parole, domanda e offerta continuano a guardarsi senza riuscire davvero a incontrarsi.

La spiegazione più comoda sarebbe accusare i giovani di avere troppe pretese. È una tesi che trova sempre numerosi sostenitori, soprattutto tra chi, imprenditori boomer in primis, ha la nostalgia di un mercato del lavoro in cui bastava offrire un contratto qualsiasi per ricevere decine di candidature.