L’attacco ucraino alla raffineria di Kapotnya ha tolto a Vladimir Putin il monopolio della paura. Il tappo del serbatoio saltato dall’impianto che rifornisce la capitale è un messaggio inquietante per i moscoviti benestanti, coloro che in questi anni distrattamente hanno guardato gli attacchi ucraini nelle campagne sperdute di Kursk o sentito di centinaia di migliaia di soldati provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte. Stavolta la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare.
Il patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni, cercando di salvare ciò che resta della loro vita privata dagli occhi dei servizi segreti, ma Putin non sta mantenendo la promessa. La Russia può ancora bombardare le città ucraine, e lo farà duramente, ne siamo certi; ma non può più assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere.
Kyjiv aveva già colpito la capitale in passato. Nel maggio 2023 due droni erano arrivati sopra il Cremlino; un messaggio più che un attacco. Poche settimane dopo altri droni ucraini avevano raggiunto il quartiere dei grattacieli, danneggiando anche edifici usati da ministeri russi. Un altro messaggio. Nell’agosto dello stesso anno, a Pskov, un attacco danneggiò quattro aerei da trasporto militare Il 76, lontano dal fronte. Colpi sempre più gravi, ma il Cremlino riusciva ancora a mostrarli com incursioni isolate, incidenti di percorso facilmente assorbibili e minimizzabili.












