Si definisce "papista" ma non rinuncia a criticare Papa Francesco perché, a suo avviso, ha riaperto "ferite" nella Chiesa. E' l'ultimo lascito del cardinale Camillo Ruini: un lungo testamento spirituale nel quale non manca la franchezza e anche qualche autocritica. Intanto si è tenuta una nuova celebrazione esequiale nella Cattedrale di Reggio Emilia, la diocesi di provenienza del porporato che ha segnato la storia della Chiesa italiana ai tempi di Papa Wojtyla.
Parlando dei Pontefici il ricordo è soprattutto per Wojtyla con il quale ha condiviso non solo la gestione della diocesi di Roma, per quasi un ventennio, ma soprattutto valori e linee pastorali. "Sono sempre stato 'papista'", si legge nel documento scritto da Ruini nel giugno del 2016 nel quale parla di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. "Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore" ma "devo confessare - scriveva il cardinale dieci anni fa - però di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate". E in un momento in cui Papa Bergoglio era nel pieno dei primi anni del suo pontificato, Ruini aggiunge: "Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane". Successivamente saluterà con favore, nelle interviste di quest'ultimo anno, l'elezione di Leone XIV che, a suo avviso, avrebbe potuto ricucire gli strappi del Papa argentino.










