Il cardinale Camillo Ruini è stato per un ventennio al vertice della Conferenza episcopale italiana (1986-2007) ma poi è rimasto lungamente lontano dai riflettori. Nel frattempo si sono conclusi l’era berlusconiana, durante la quale il cardinale emiliano ha costruito la sua fortuna politica, e il pontificato di papa Bergoglio, con cui non c’è mai stata particolare sintonia.

Ruini è stato un uomo di Chiesa molto politico. I primi passi sulla scena nazionale risalgono gli anni ’70, quando partecipa al primo convegno ecclesiale (1976) in cui si allinea alla trasformazione conciliare, pur senza rinunciare al fermo sostegno alla Dc.

Nonostante l’Italia non sia più quella di don Camillo e Peppone, il prete emiliano rimane attaccato a una concezione tradizionale dell’unità politica dei cattolici contro il «pericolo comunista». Il salto di qualità avviene quando l’allora ausiliare della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla viene cooptato ai vertici dell’organizzazione del secondo convegno nazionale della Chiesa italiana, a Loreto nel 1985. Wojtyla è papa da sette anni e intende modificare la postura del cattolicesimo italiano, ritenuto troppo arrendevole nei confronti della secolarizzazione, puntando anche su movimenti «interventisti» come Comunione e liberazione di don Giussani che usano la fede come fattore identitario.