La contrattazione sul prossimo Bilancio dell’Unione europea, quello che copre gli anni 2028-2034, non è partita benissimo, eufemizzando, e l’argomento che ha acceso gli animi, come accade spesso in questi casi, sono le tasse. La Commissione ne ha proposte cinque nuove per raccogliere, a suo dire, 450 miliardi nei sette anni del budget, ma gli Stati membri non sono per niente d’accordo. “Se direte no, lo farete a vostro rischio e pericolo”, ha detto ai governi Ursula von der Leyen durante il Consiglio Ue: senza un aumento significativo delle cosiddette “risorse proprie”, cioè tasse raccolte dagli Stati e girate a Bruxelles, “dovrete aumentare i vostri contributi diretti all’Ue o accettare un taglio del bilancio del 40%”. Va detto che i capi di governo non paiono essersi spaventati troppo: “Una minaccia assurda”, ha tagliato corto un diplomatico Ue citato da Politico.eu. La soluzione, come spesso capita nelle dinamiche dell’Unione, ha una sua bizzarra ironia: l’Irlanda, un paradiso fiscale interno all’Ue che dal 1° luglio assumerà la presidenza di turno, è stata incaricata di presentare una proposta di compromesso al Consiglio europeo di ottobre…

I numeri e le scelte politiche

Per capire meglio, serve qualche particolare. Intanto la dimensione del Bilancio Ue in discussione, contestata da Germania e Paesi nordici: “I numeri devono scendere”, ha detto ieri il Cancelliere Friedrich Merz, che ha già escluso nuovo debito comune, anche vista la mala gestione tecnica di Bruxelles di quello per i Pnrr. Posizione opposta a quella dell’Europa mediterranea: “Serve un bilancio più ambizioso e debito comune”, ha dichiarato il premier spagnolo Pedro Sanchez prima di lasciare Bruxelles. Al momento sul tavolo c’è la proposta negoziale della presidenza di turno cipriota, che ha già ridotto del 2% (una quarantina di miliardi) quella avanzata dalla Commissione nel 2025: 1.730 miliardi di euro in sette anni, cui aggiungere 134 miliardi per ripagare i debiti dei Pnrr nazionali. Parliamo dell’1,23% del reddito lordo dell’Ue, circa un decimale in più rispetto al Bilancio 2021-2027, cioè quello in vigore: non proprio una rivoluzione, insomma, ma più che sufficiente a scatenare i Paesi del Nord Europa, tutti – come peraltro l’Italia – contributori netti dell’Unione (mettono cioè più soldi di quelli che gli tornano indietro).