di Luca Mastrantonio
La poetessa ha aperto la scatola dei ricordi in occasione di un documentario girato dal nipote Davide. A 7 racconta la sua foto talismano («al mare, l'anno che scoprii di essere stata adottata, rimasi a dormire nella caserma dei Vigili del fuoco»), i primi amori («due gemelli che somigliavano a Sinner»), la cotta per il suo terapista («pensavo gli fosse vietato amarmi») e la poesia del cuore («illegittima, come me»)
Quando Vivian Lamarque è venuta alla Casa degli artisti di Milano per incontrare i membri del gruppo ARIMO ha portato due cose: una scatola di coccoina, la colla in pasta con cui fa ancora i collage di parole con lettere colorate, e una foto prelevata dal suo comò, che è pieno di foto, anzi, è una specie di pista da ballo di ricordi: «Lei è la mia badante». La foto è quella da cui parte questa intervista, un ritratto di Vivian da sempre. Eterna bimba, con il peso del mondo in mano. Alleggerito, negli anni, dalla terapia, dalla poesia, dalla figlia Miryam e dai nipoti Micol e Davide Salama Robino, che ha firmato (con Serena Molinari), un delicato documentario sulla nonna, Sono io la mia fotografia, presentato al Milano Film Fest. Siamo a casa della poetessa, sotto passa il filobus di una sua celebre poesia (Sulla 90 i continenti) e fuori dalla finestra c’è il balcone che diventa L’autogrill delle farfalle.










