“Sono vissuta senza mai far sentire la mia voce, passando da una persona controllante all’altra”, ci scrive la lettrice nel descrivere il suo percorso di risalita e rinascita, dopo un’educazione e un matrimonio opprimenti. La psicologa: “Ogni volta che decide come vivere il suo spazio, Viviana riscrive anche il modo in cui vive se stessa”

di Veronica Mazza

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“Non avevo mai vissuto da sola. Sembra assurdo a dirsi, a quarant’anni, ma la mia vita era sempre stata regolata da altri: prima dai miei genitori, rigidissimi, poi da un marito altrettanto controllante. Quando il mio matrimonio con Andrea è finito, vittima di un lento spegnimento, mi sono ritrovata per la prima volta in un appartamento vuoto, tutto mio. A decidere cosa fare di me, del mio spazio e del mio tempo”. A raccontarci la sua storia è Viviana R, una quarantenne che vive a Milano e lavora in uno studio notarile. “Pensavo che la solitudine mi avrebbe schiacciata; invece mi ha spalancato una porta che non sapevo di avere dentro. Oggi so che non ho soltanto cambiato casa: ho cambiato pelle. Ho imparato a respirare, a scegliere, a vivere”. Se volete raccontare la vostra storia perché venga pubblicata, previa valutazione della redazione, potete scrivere una mail a rinascite@repubblica.it Un’educazione rigida “Sono cresciuta in una famiglia in cui l’amore si misurava in regole, non in abbracci. Mia madre programmava tutto: vestiti, orari, amici. Mio padre diceva sempre: ‘Meglio prevenire che rimproverare’, che per me significava vivere in un costante stato di allerta, cercando di non deludere, di non disturbare, di non sbagliare. Così, sono diventata una ragazza impeccabile: voti alti, bravissima a non dare problemi, bravissima soprattutto a non ascoltare mai ciò che volevo davvero. Quando ho conosciuto Andrea, avevo venticinque anni e non avevo idea di chi fossi. Lui era stabile, serio, rassicurante. Sembrava la scelta giusta. E lo è stata per un po’. Il problema è che chi non ha mai avuto una voce propria non si accorge di passare da un ventriloquo all’altro. Dopo i miei, era lui a decidere per me. Non era cattivo, né manipolatore. Semplicemente, faceva quello che avevano sempre fatto i miei genitori: decideva tutto. Io eseguivo. Era un copione che conoscevo bene”. La fine del matrimonio “Il legame con Andrea ha iniziato a scricchiolare senza un motivo scatenante, non ricordo un evento preciso, un momento in cui abbiamo iniziato ad allontanarci. Il nostro è stato un lento sgretolarsi: conversazioni sempre più brevi, cene consumate in silenzio, progetti che non ci riguardavano più. Il punto di rottura, paradossalmente, è arrivato una sera qualunque, mentre apparecchiavo la tavola. Lui mi ha chiesto se preferivo guardare un film o leggere. Una domanda innocua, apparentemente gentile. Ma io sono rimasta paralizzata: non sapevo cosa volevo fare. Non lo sapevo davvero. E non ricordavo l’ultima volta che mi ero chiesta cosa desideravo io. Quella notte ho pianto in bagno, con la sensazione di avere sprecato metà della mia vita a compiacere gli altri. Tre mesi dopo, Andrea e io ci siamo separati. È stato tutto civile, perfetto, ordinato, come piaceva ai miei genitori, come era sempre piaciuto a lui. E poi eccomi lì: un monolocale in affitto, scatoloni e silenzio. Un silenzio diverso, però. Uno che non faceva paura. Uno che diceva: inizia a parlarti”. La bellezza di sentirsi libera