Alla fine di quegli anni Sessanta, che Iva Zanicchi ricorda con affetto e senza nostalgie particolari («Ogni età ha la sua bellezza, sono 86 ma io me frego!», precisa ridendo a modo suo), il mondo della canzone italiana pareva uno zoo: Mina era la Tigre di Cremona, Milva la Pantera di Goro, Patty Pravo la Civetta (proprio così) di Venezia, Orietta Berti l’Usignolo di Cavriago e lei, Iva, l’Aquila di Ligonchio.Iva, la fantasia abbondava ai tempi.

«Eravamo animalesche... Ma non mi tiri fuori la storia del naso e del perché ero l’Aquila di Ligonchio. Sa, l’aquila ha un becco lungo così».Promesso, non parliamo del naso.

«Per il quale ho sofferto da ragazzina, sa... Così che me lo sono accorciato e da 50 anni melo vedo bello. Prima, a Sanremo e a Canzonissima, chiedevo ai registi: per favore, non mi fate inquadrature di profilo...».Nelle estati degli anni ’60 lei cantava e non ha mai ancora smesso.

«Certo. Tuttora ho in agenda un tour estivo ricchissimo di date anche se mia figlia mi sgrida: basta mamma, fermati e rinuncia a qualche concerto».E lei?

«Non ce la faccio, il palco mi dà un’adrenalina pazzesca. Non riesco».Quante canzoni ha in scaletta?