Non è con i selfie di gruppo che si cementa l’alleanza progressista. Prima lo comprendono i quattro dell’Ave Maria (Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni) meglio è. Serve una iniziativa politica condivisa, a costo di far risaltare i temi sui quali la convergenza risulta difficile o addirittura impossibile. Quei nodi vanno portati a galla, discussi e possibilmente sciolti. Per tempo. Metti che Meloni faccia saltare il banco e si voti in autunno…

Non sono poche le ragioni divergenti, purtroppo, all’intero dl campo largo, anche limitandolo a Pd, M5S e Avs. Una delle più calde, l’appoggio incondizionato del Pd all’Ucraina del morituro Zelensky, trainato a Bruxelles fino a ieri dalla pasionaria Picierno, testé transitata sulla nebulosa centrista “Spazio Pubblico”, sulla quale potrebbero issarsi altri “riformisti” all’amatriciana (Calenda, forse Mario Monti); insomma quel generone sedicente centrista (però con lo sguardo virato a destra) che ha in Matteo Renzi la sua icona.

La polvere sotto il tappeto, dicevo. L’Ucraina cocciutamente appoggiata dal bolso sinedrio dell’Ue nel suo suicidio assistito è uno dei temi cruciali. Forse Schlein confida che il bubbone, tempo qualche mese, si sgonfi da sé e che il tema sparisca dai radar. Improbabile. Se anche la guerra terminasse con una pace forzatamente fragile, resterebbe sul tavolo la questione dell’ammissione di Kiev nell’Unione Europea. In qualità di associato o come membro effettivo. Dicano come la pensano i partiti della coalizione progressista.