Il problema principale è rappresentato da petrolio e gas, ma non si esaurisce qui. La crisi in Medio Oriente ha evidenziato la forte dipendenza globale dai derivati dell’idrogeno tradizionali, provocando un’impennata dei prezzi dei fertilizzanti - il raddoppio dei prezzi dell’urea - e minacciando la sicurezza alimentare. Questa situazione ha accelerato l’interesse per l’idrogeno a basse emissioni che, pur superando l’1% della produzione globale nel 2026, fatica a decollare a causa di alti costi, ritardi normativi e scarsità di acquirenti certi. Di conseguenza, l’insieme dei progetti in fase di sviluppo, pianificazione o approvazione in agenda per il 2030 ha subito un taglio del 25%, allontanando gli obiettivi climatici dei governi nonostante la forte spinta della Cina e i piani di incentivi in Europa e Nord America. Tutto ciò emerge dall’ultimo report pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia (International energy agency, Iea), un documento di 270 pagine ricco di dati, grafici e tabelle da cui emergono molte luci per quel che riguarda il futuro ma anche non meno ombre per quel che riguarda il presente e le scadenze a più breve termine.
Il conflitto in Medio Oriente, sottolineano i ricercatori della Iea, ha interrotto la produzione e il commercio globali di prodotti a base di idrogeno, mettendo in luce le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento che sono alla base della produzione di fertilizzanti, della raffinazione e della produzione chimica. Nel documento viene anche rilevato che la crisi vissuta in questi mesi sta riaccendendo l’interesse per l’idrogeno e i combustibili a base di idrogeno come opzioni per rafforzare la sicurezza energetica a lungo termine, sebbene l’idrogeno a basse emissioni sia ancora ben lontano dalle quantità necessarie per fornire una risposta immediata.







