È davvero questa la discontinuità di cui il sistema aveva bisogno?
Giovanni M. Jacobazzi
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Il prossimo Consiglio superiore della magistratura, a detta di un magistrato che di Csm ne ha visti parecchi, nella quota togata sarà composto in larga parte da ex vertici dell’Associazione nazionale magistrati. Di fatto una sorta di “succursale” del potente sindacato delle toghe. “Mi pare una bella notizia. Finalmente una boccata di novità”, ha commentato con la consueta ironia il giudice Andrea Mirenda, attuale consigliere indipendente di Palazzo Bachelet. “Mi pare che sia la tanto attesa “discontinuità” di cui si parla da tempo e che è stata invocata a gran voce recentemente dai giovani magistrati che si sono impegnati pancia a terra per il No al referendum sulla giustizia”, aggiunge Mirenda, contattato dal Riformista. L’ironia è evidente. Perché, a guardare le liste che stanno prendendo forma in vista delle elezioni fissate dal capo dello Stato per la fine di ottobre, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una curiosa interpretazione del concetto di rinnovamento. Una sorta di rivoluzione della continuità, nella quale cambiano le funzioni ma non necessariamente i protagonisti. Del resto, basta scorrere i nomi per comprendere il senso dell’osservazione.







