Quando Robert Francis Prevost è diventato Leone XIV, nessuno ha citato il primo “Papa americano” venuto al mondo, anche se la sua chiesa somiglia solo in parte a quella cristiana. Parliamo di Steven Spielberg, il regista che ha portato la fantascienza nel regno dei cieli cercando in una possibile vita extraterrestre il segno di un ordine superiore o comunque un messaggio d'amore, l'indicazione di un modo di vivere lontano dall'odio e dalla sopraffazione.Lettera o metafora, il messaggio è potente, forse ingombrante. E se lo stesso Leone XIV ha citato “Schindlers's List” nella sua enciclica sull'Intelligenza artificiale, chissà come reagirà alla nuova fatica del regista di “Incontri ravvicinati”. Che col dito di “E.T.” già alludeva al Michelangelo della Cappella Sistina. Ma in “Disclosure Day”, cioè il giorno della rivelazione, mette le carte in tavola fin dal titolo. Gettandoci in un'avventura che è metà commedia (la parte migliore), metà film d'azione. E tutto favola mistica (e politica) sulle infinite possibilità del bene nella sua versione più contagiosa: l'empatia.Che cosa accadrebbe se di colpo leggessimo nella mente e nel cuore di chiunque ci si pari davanti? E se parlassimo tutte le lingue del mondo? È il destino, incomprensibile a lei stessa, di un'ambiziosa telegiornalista che in attesa di meglio snocciola le previsioni del tempo in una tv di provincia (Emily Blunt, il cuore del film). Salvo poi trovarsi in missione per conto di Dio, pardon, degli alieni, proprio come succede, sempre a sua insaputa, a un matematico in fuga con un misterioso archivio zeppo di immagini sconvolgenti. Collegati, sempre a loro insaputa, e inseguiti dai membri di un'agenzia governativa capeggiata da un wellesiano Colin Firth, i due fuggiaschi sono uniti da un disegno troppo costruito per appassionarci davvero, anche se il film, con i suoi non pochi momenti memorabili e le sue autocitazioni (“Sugarland Express”), non va preso alla lettera.Gli alieni torturati o depredati evocano il destino di tanti popoli colonizzati. Non serve credere che la famigerata Area 51, evocata da scene d'archivio e ampliata da immagini di Spielberg, celi chissà quali misteri, per sapere che i governi occultano e manipolano. E se a rinforzare la dimensione cosmica compare perfino una suora sapiente («Noi siamo la suprema creazione di Dio su questa Terra», poi c'è il resto dell'universo...), l'essenza del film sta in quel messaggio più volte ribadito e magari un po' dolciastro, ma incontrovertibile. Non c'è intelligenza senza emozione. Il resto sono solo dati. Cioè potere, puro e duro.