VENEZIA - La locomotiva è quasi ferma. Prodotto regionale, esportazioni, mercato del lavoro mostrano che il “modello veneto”, quello del miracolo che ha garantito decenni di prosperità al Nordest, vive un momento di crisi. Tale da chiedersi se sia ormai giunto a fine corsa. «No - risponde il direttore della sede regionale della Banca d’Italia, Michele Benvenuti - ma non basta più». Quali fattori saranno, allora, in grado di riattivare la motrice? «La manifattura ha bisogno di accoppiarsi in modo forte con servizi ad alta tecnologia che spingano lo sviluppo».

Sintomi Il quadro tracciato dalla Banca d’Italia, nel rapporto sull’andamento dell’economia regionale presentato ieri a Venezia, mostra tratti di complessità. «Il 2025 - ha spiegato Benvenuti - è stato un anno complicato per l’economia internazionale. A partire dall’introduzione dei dazi, ma in generale è cambiato il paradigma degli scambi internazionali». Risultato: un tessuto produttivo esposto all’export, come quello veneto, si è trovata in difficoltà. Il prodotto regionale al +0,1% mostra che l’attività economica è sostanzialmente rimasta ai livelli del 2024, tanto più che il dato nazionale è cresciuto dello 0,5%. Certo, tra fine anno e inizio del 2026 il ciclo è ripartito, salvo poi frenare ancora, dinanzi ai venti di guerra in Medio Oriente. La produzione manifatturiera è calata dello 0,2%; il fatturato dell’industria è sceso ancora, di quasi il 2% (per i servizi è rimasto stazionario). E se gli investimenti erano lievemente aumentati nel 2025, ora il peggioramento del rischio geopolitico sta assottigliando quelli previsti per il 2026. Reggono, invece, turismo, costruzioni, traffici portuali e aeroportuali.Nota dolente In un Veneto che parla tutte le lingue del mondo, la nota dolente è stata proprio l’export, con un dato che Elena Gennari, responsabile della divisione analisi e ricerca economica territoriale della sede di Venezia, definisce «in netta controtendenza rispetto al Paese». Del resto, dove l’Italia cresce del 3%, il Veneto flette dello 0,2% (che diventa -1% a prezzi costanti). Ma soprattutto, lo studio di Bankitalia mostra come le esportazioni venete non siano riuscite a “tenere il passo” con la domanda potenziale dei principali Paesi target. A peggiorare la situazione, l’effetto dei dazi, che ha “svantaggiato” il Veneto rispetto ad altre aree. Se il fenomeno dell’anticipo degli ordini (soprattutto nel settore farmaceutico) a livello nazionale ha favorito le esportazioni verso gli Stati Uniti, non è stato così in Veneto, dove l’export verso gli Usa è sceso del 6,4%. Gli effetti di tutto ciò sul piano occupazionale, nel 2025, si sono rivelati con più chiarezza rispetto agli anni precedenti: il mercato del lavoro, dopo una stazionarietà degli occupati nel 2024, nel 2025 si è asciugato dell’1,3%. A pagarne il prezzo, soprattutto donne, lavoratori part-time e a tempo determinato. Male anche i salari, che tra il 2008 e il 2023, nel settore privato, sono scesi del 4,6%.Rimedi Un quadro dalle tinte fosche, dove «di imprese che crescono molto ce ne sono meno rispetto all’Italia», spiega Benvenuti. Ma una soluzione c’è: «Bisogna puntare su servizi ad alta tecnologia tali da “incastrarsi” bene con la manifattura e capaci di sostenere lo sviluppo». Che questi, in Veneto, non siano ancora il “perno” dello sviluppo lo rivela un dato: «In questo segmento le retribuzioni sono generalmente aumentate, ma in questa regione calano. Significa che questo settore, qui, ha bisogno di svilupparsi ancora», sottolinea Benvenuti. Parole d’ordine: investimenti e Intelligenza artificiale. «L’Ai - assicura il direttore - è una tecnologia che, in astratto, può produrre un aumento della produttività in tutti i settori». Il vero punto, dunque, sono gli investimenti privati in innovazione, perché il Pnrr, ormai, è finito.