Dalle ricerche sul benessere lavorativo degli ultimi anni emerge un dato ricorrente: in oltre il 60% dei casi, le persone dichiarano di avere almeno un rimpianto legato alla propria carriera professionale, soprattutto nelle fasi di transizione o a distanza di anni dal termine della vita lavorativa. Le donne, in particolare, risultano più frequentemente esposte a forme di rimpianto legate a interruzioni di carriera, opportunità mancate e squilibri tra vita professionale e privata. La lettera di Women Up di questa settimana ci offre l’occasione per affrontare il tema del rimpianto professionale. La nostra lettrice racconta un’esperienza di lungo periodo segnata da un cambiamento improvviso dopo la maternità e da una progressiva sensazione di marginalizzazione all’interno dell’organizzazione. Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro, prova invece a rileggere questa esperienza spostando lo sguardo dal giudizio retrospettivo alla comprensione del contesto in cui le scelte e le reazioni sono maturate, esplorando come il rimpianto possa trasformarsi in una nuova forma di consapevolezza.
Cara Redazione, sono lontana dal mondo del lavoro ormai da sei anni e dovrei aver dimenticato, o almeno riuscire a guardare con distacco, i miei ultimi anni lavorativi. In realtà provo ancora del rancore verso alcuni colleghi e alcune colleghe e verso alcuni capi. Ciò che ha fatto scattare il desiderio di condividere la mia esperienza è stata la lettura di una lettera pubblicata da voi in cui si parlava di “straining”, un termine che non conoscevo e che mi ha portato a immedesimarmi e a riflettere sul mio passato lavorativo.






