Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiIl modo di consumare degli italiani sta cambiando rapidamente e con esso l’identità stessa dei pubblici esercizi. La crescente domanda di soluzioni veloci, flessibili e a basso costo sta spingendo sempre più consumatori verso il takeaway e i format informali, riducendo in parallelo il tempo dedicato alla sosta e ridefinendo il ruolo del bar tradizionale. È in questo spostamento delle abitudini che si inseriscono i dati dell’indagine «Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici», realizzata da Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi)-Confcommercio in collaborazione con il Centro studi Guglielmo Tagliacarne, e presentata giovedì 16 giugno a Roma. Un settore che resta capillare con oltre 262 mila imprese attive, ma segna una flessione del 3,7% rispetto al 2015 e soprattutto vede arretrare i bar, che segnano un calo del 18,2% negli ultimi dieci anni.

Così cambia la movida nelle città

La crescita dei format veloci non è solo una tendenza, ma una vera e propria risposta a nuovi stili di vita. Nei quartieri a più alta intensità turistica e di movida, il consumo si frammenta e accelera: si mangia e si beve in piedi, si privilegia la rapidità, si riduce l’esperienza al momento essenziale. Così, nella zona di Porta Venezia a Milano le attività di ristorazione con somministrazione sono aumentate del 53,2% e quelle da asporto del 32%, mentre a Roma, in una porzione del quartiere di Trastevere, i take away sono cresciuti del 33,3% a fronte di una flessione del 24,1% dei bar tradizionali. «Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone», avverte il presidente di Fipe-Confcommercio Lino Enrico Stoppani. «Infatti, affrontare le criticità legate alla malamovida esclusivamente attraverso ordinanze restrittive sugli orari e sulle modalità di svolgimento dell’attività significa colpire le imprese sane, senza risolvere il problema alla radice».