a cura di Gianna Elena De Filippis*
“Stiamo parlando dello sviluppo economico e anche di quello morale di questa nazione, se Lavoro significa non solo pane ma faticosa conquista di autonomia e costruzione di vincoli comunitari”, così scriveva Pietro Ingrao nell’opera La Tipo e la notte, Scritti sul lavoro (1978-1996), toccando i principi di solidarietà sociale, di inclusività e di uguaglianza. La “malattia”, nozione “multidisciplinare”, è un evento naturale ineluttabile nella vita dell’uomo ma può diventare, purtroppo, uno status sociale quando è cronica e permanente, al punto da “fissare” una precisa triste etichetta nell’individuo che, purtroppo, ne è colpito.
Alcune malattie, sebbene connotate da severe conseguenze invalidanti, in Italia e in Europa ancora non ricevono idonea tutela; il riferimento, in tal caso, è all’endometriosi e all’adenomiosi, patologie “aggressive” e tipicamente femminili, con ripercussioni anche sul piano della discriminazione di genere sul posto di lavoro.
Come in alcuni precedenti articoli, torna allora d’obbligo sottolineare il ruolo straordinariamente emancipatorio della giurisprudenza euro-unitaria sul tema delle discriminazioni sul posto di lavoro legate alla malattia. Infatti, alla luce di storiche sentenze di CGUE, sul piano della tutela, oggi non rileva più soltanto la disabilità riconosciuta ai sensi della legge n.104/1992 e della legge n.68/1999 bensì rileva la nozione di “handicap” di cui al d.lgs. n.216/2003, nozione di matrice euro-unitaria molto più ampia e inclusiva, aldilà dei requisiti oggettivi e soggettivi di cui alle citate normative (con consolidato orientamento interno, cfr. Cass. 19/3/2018, n. 6798; Cass., 21/5/2019, n. 13649 e Cass., 12/11/2019, n. 29289).






