Il dato di partenza dice tutto: nell'Unione europea, a fronte di circa 484mila ordini di espulsione emessi nel 2023, solo 91mila persone sono state effettivamente rimpatriate. Meno di una su cinque. Da questa distanza — prima ancora che dallo scontro ideologico - nasce la riforma varata martedì a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, dopo l'accordo in trilogo raggiunto il 1° giugno tra Parlamento, Consiglio Ue e Commissione.

Per Giorgia Meloni è «un grande successo» e la conferma che l'Europa sta seguendo una strada indicata dall'Italia. Non è retorica di circostanza: alcune delle misure più controverse della linea italiana — i centri di rimpatrio in Paesi terzi, le procedure accelerate, la maggiore cooperazione tra Stati - entrano ora, con limiti e condizioni, nel diritto europeo.

Cosa cambia

Il cuore della riforma è il tentativo di colmare la distanza tra carta e realtà. Il nuovo sistema introduce un European Return Order, un foglio di via standardizzato che dovrebbe facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra gli Stati membri — per ora su base volontaria, ma con revisione obbligatoria entro alcuni anni. Le procedure si accorciano, si digitalizzano, si integrano. Il trattenimento può arrivare fino a 24 mesi, e in certi casi anche oltre; per chi è considerato un rischio per la sicurezza, i divieti di ingresso possono superare i 10 anni ordinari fino a diventare permanenti.