Ruini, prete diocesano e raffinato teologo, fu anche protagonista politico ispirato da Wojtyla. Conservatore ma pragmatico, rifiutò etichette semplicistiche e lavorò sui principi non negoziabili, interpretando con Realpolitik il ruolo dei cattolici nell’Italia post-Dc. Il ricordo di Pino Pisicchio

Era stato spesso e volentieri accostato a Giovanni Duns Scoto, il doctor subtilis, filosofo francescano del duecento noto alla vulgata per il suo pensiero complesso e ricco di distinguo. Monsignor Camillo Ruini, però non era un francescano come Scoto e neanche un agostiniano come Papa Leone.

Non era di nessun ordine, perché nacque sacerdote diocesano: era dunque un prete secolare con una vocazione all’esercizio della teologia più raffinata. Recava in sorte, però, anche un “di più” tutto politico che per sua stessa ammissione rappresentò una vocazione suppletiva. La politica, a ben vedere, nella sua visione rappresentò per buona parte della vita il precipitato inevitabile dell’essere un cristiano nel mondo reale: come avrebbe detto Publio Terenzio Afro “homo sum, humani nihil a me alieno puto”.

Uomo colto, di solidissima formazione filosofica – disciplina che insegnò nei licei – amò l’approccio kantiano e in genere la filosofia che stimola la razionalità più asciutta, stile tedesco, pensiero che ebbe una sua forza di trascinamento verso l’allestimento della sua visione politica corroborata dall’incontro con papa Wojtyla. Nel bipolarismo sbrigativo in cui si tende ad ingabbiare il mondo, Ruini avrebbe rappresentato l’ala conservatrice di quella parte del clero (soprattutto della Curia Romana) che si vuole contrapposto alla fazione progressista.