Dallo stage da 500 euro per un ingegnere da 110 e lode ai mille euro all'anno per una giornalista. Le testimonianze raccolte da Open raccontano ancora una volta il bluff dietro la retorica del «non si trova personale»

«Eravamo artisti in un parco all’aperto, ma la regola era che venivamo pagati solo se non pioveva». «Mi hanno fatto i complimenti per il percorso svolto, poi mi hanno offerto un contratto di tirocinio da 1.000 euro lordi annui». «Quando ho richiamato per comunicare che rifiutavo l’offerta, mi è stato detto: “Non troverai altre testate che ti valorizzino come avremmo fatto noi”». «Mi offrivano 600 euro di buoni pasto, senza ferie, malattia, Inps, assicurazioni, contributi. Se non potevo lavorare non venivo pagato».

Sono solo alcune delle storie che Open ha raccolto e che, ancora una volta, dimostrano come il mercato del lavoro italiano, in molti casi, oscilli pericolosamente tra la farsa e lo sfruttamento. Mentre le aziende lamentano la fatica di assumere e la retorica pubblica accusa i giovani di non voler fare sacrifici, la realtà racconta tutta un’altra storia. Ed è quella di una generazione che è stanca di accettare come “normali” compromessi che normali non sono mai stati, e che ha deciso di rifiutare proposte «inaccettabili», perché riteneva di «valere di più». Quello che ne emerge è un quadro desolante, spesso fatto di manipolazione emotiva e contratti al limite della legalità, che svelano un vizio di forma tutto italiano: considerare il lavoro come un privilegio concesso dal datore, e non come un equo scambio tra prestazione e retribuzione.