di
Giusi Fasano
Un certo numero di uomini è allergico al concetto di consenso quando si tratta del corpo delle donne
Come merce al mercato. I corpi delle donne sulle «bancarelle» delle chat, esposti a commenti sgradevoli, beceri. È successo di nuovo. Ancora una volta la cronaca ci racconta di uomini che si permettono di diffondere immagini di donne (ignare di tutto) al solo scopo di scambiarsi parole sessiste e volgarità assortite su fondoschiena, seno, gambe, bocca... Evidentemente un certo numero di uomini (temiamo in aumento) è allergico al concetto di consenso quando si tratta del corpo delle donne. Perché di questo stiamo parlando: del consenso. Di quella «conformità di voleri», come lo definisce la Treccani, che traccia il confine fra la goliardia e l’abuso. Per condividere fotografie di qualcuno (uomo o donna che sia) in una chat, in un gruppo facebook, un canale telegram, serve l’approvazione. È così difficile capirlo? Tanto più se la condivisione, fin dal principio, è chiaramente non proprio a scopo benefico. «Se io non voglio tu non puoi», diceva la fortunata campagna di un paio d’anni fa della Fondazione «Una nessuna centomila». È tutto lì, il consenso. Un pensiero semplice. Eppure, contro ogni logica, quella parola è diventata perfino divisiva nella discussione della legge sullo stupro. Ed è stata ignorata non solo in questa recente chat degli autisti Atm ma anche nella la storia del gruppo facebook «Mia moglie».











