Attaccare infrastrutture e reti con azioni mirate e piccoli gruppi: così gli insurrezionalisti indottrinano i compagni (e citano Sun Tzu)
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Una guerra allo Stato nella sua espressione più contemporanea. Per gli anarchici di oggi «uccidere» infrastrutture e apparati tecnologici è come riproporre i regicidi otto-novecenteschi. Il concetto è ribadito negli scritti della propaganda insurrezionalista che circolano nel sottobosco del web. L’ultimo ha preceduto di pochi giorni gli arresti di ieri. Riguarda il danneggiamento di due centraline elettriche sulla linea ferroviaria del Brennero nella notte del 29 maggio. Un altro contiene la rivendicazione del presunto danneggiamento, la notte del 24 marzo scorso a Tolmezzo, di un traliccio elettrico dell’Oleodotto Transalpino che si dipana tra Trieste e l’Europa nordorientale. Questo documento è anche un manifesto e una «Proposta di guerra» indirizzata non alla massa, ma a nuclei e individui già radicalizzati («chi ha già, chiara o in germe, questa convinzione»). Fiumi di parole con un messaggio di fondo: abbandonare la protesta pacifica (una «carnevalata che tanto piace ai potenti») e abbracciare il conflitto diretto, materiale e clandestino, volto al sabotaggio sistematico delle infrastrutture fisiche. Insomma, il proseguimento delle teorie e delle azioni di Alfredo Cospito che, gambizzando il manager del nucleare Roberto Adinolfi, voleva colpire la «megamacchina» dello Stato.












