Nel 2015 la vita di Davide Taverna corre a una velocità vertiginosa. Ha 35 anni, è sposato con Eleonora, è appena diventato padre della piccola Ludovica, si iscrive a una seconda laurea con obbligo di frequenza e continua ad allenare una squadra di pallanuoto. Le giornate sembrano troppo strette per contenere tutto.
“Avevo questa idea folle di comprimere il tempo”, racconta oggi. “Cercavo di infilare più impegni possibile in uno spazio orario ridicolo. Mi assegnavo mille priorità contemporaneamente e avevo l’impressione di avere tutto sotto controllo”. Poi, all’inizio del 2016, il corpo comincia a rallentarlo. Arrivano fitte continue, stanchezza, digestione difficile. “Mangiavo male, mi sentivo spossato. Ma con la vita che stavo facendo mi sembrava quasi inevitabile stare così”. Davide prova ad aggrapparsi a spiegazioni rassicuranti: colite, stress, magari “sushi non freschissimo”, scherza oggi. “Ero stanco morto, ma ero convinto fosse normale”.
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La diagnosi e il tumore
Il 10 giugno 2016 entra alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori per una colonscopia. Accanto a lui c’è Eleonora. “Mi sdraio sul lettino e perdo conoscenza nel giro di pochi secondi”. Quando riapre gli occhi, però, capisce immediatamente che qualcosa si è spezzato. “Una dottoressa ci chiese di seguirla in un’altra stanza. Io continuavo a fare battute per alleggerire la tensione, ma lei rimaneva impassibile”. Bastano poche frasi per cambiare tutto. “Non siamo riusciti a completare l’esame perché c’è un’occlusione totale del colon. È quasi certamente un tumore”.








