Immaginiamo che arrivi un’ondata di calore. Sulla terraferma, noi umani sappiamo come proteggerci dal caldo: ci spostiamo in luoghi più freschi, non usciamo nelle ore calde. Anche gli animali terrestri si arrangiano come possono, principalmente cambiando le proprie abitudini tra giorno e notte.
IL COLEOTTERO del Namib, per esempio, scala le dune all’alba per condensare il vapore acqueo sul suo esoscheletro gibboso, trasformando l’aria arida in acqua da bere. L’oceano invece non offre queste vie di fuga. Quando l’acqua si scalda, e negli ultimi anni è accaduto a ritmi vertiginosi, non serve a nulla sudare o ansimare, scavare gallerie o rintanarsi all’ombra. L’unica possibilità realistica è quella di migrare, viaggiando verso i Poli, seguendo correnti fredde oppure ritirarsi più in profondità. Ma alcune specie come il narvalo e il merluzzo polare, che amano molto il freddo, non potranno spostarsi più di tanto. E verrà un giorno in cui non esisteranno oceani più freddi verso cui andare.
QUESTO SIGNIFICA che spesso la crisi climatica non ha lo stesso volto su entrambe le sponde. È di questa asimmetria – tra la relativa agilità adattativa del mondo terrestre e la vulnerabilità silenziosa degli oceani – e di tante altre incredibili scoperte, riflessioni, indicazioni pratiche che parla il libro di Helen Scales, Noi siamo mare. Il futuro degli oceani (Neri Pozza, traduzione di Annalisa Di Liddo, pp. 352, euro 25). Scales, biologa marina dell’università di Cambridge che da più di vent’anni studia e esplora i fondali di mezzo mondo e le specie marine più svariate, a differenza di altri esperti di oceano, non cede al catastrofismo paralizzante. Riconosce che la distruzione è già in corso, che i danni sono reali e profondi, ma insiste su un punto: non tutto è perduto. Nessun ecosistema è andato completamente, nessuna specie oceanica è del tutto senza speranza.








