La frase chiave di questo G7, oggi alla conclusione, è probabilmente quella che Volodymyr Zelensky ha postato sulla piattaforma X: «È fondamentale che tutto ciò di cui si è discusso venga messo in pratica». Com’era facile prevedere, Donald Trump è stato l’epicentro del summit. Gli altri leader hanno cercato di blandirlo, usando tutti i mezzi e, talvolta, qualche mezzuccio. Come il padrone di casa, Emmanuel Macron che ha fatto in modo che all’ospite americano non mancasse mai, ovunque si trovasse, una lattina di Coca-cola, la sua bibita preferita. Oppure il cancelliere tedesco Friedrich Merz che gli ha banalmente regalato una maglietta della nazionale di calcio tedesca con il numero 47 (quarantasettesimo presidente) e la scritta «Trump».
Per gli europei, dunque, tutte le tensioni con gli Usa sono archiviate: le minacce di occupare la Groenlandia, la decisione di attaccare l’Iran senza coinvolgere o almeno consultare gli alleati e così via. In questo clima, Trump si è sentito più che legittimato a dettare l’agenda: ora che la guerra in Iran è finita, ha detto pubblicamente, possiamo passare all’Ucraina. In realtà, solo da venerdì prossimo, con la firma del Memorandum tra Usa e Iran, si comincerà a costruire la pace in Medio Oriente. Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Olanda sono disponibili a partecipare alla missione di sminamento di Hormuz. Ma nel corso del G7, Starmer, Macron, Merz e Giorgia Meloni si sono scontrati con la diffidenza degli americani. In ogni caso, gli europei sanno che l’operazione di bonifica delle acque dovrà essere concordata anche con i Pasdaran. E, da quello che si è capito a Evian, dovranno farlo da soli. Si profila, dunque, un test politico-diplomatico molto importante per i cinque Paesi europei.











