Cara Ester,
ti scrivo dopo averti letta molto. A volte con gratitudine, a volte con fastidio. La situazione è questa. Vengo fuori da una relazione lunga, una convivenza che è finita male. Male davvero. C’è stato un tradimento, e già solo scriverlo mi sembra una parola troppo ordinata per il disordine che mi ha lasciato addosso. Da lì in poi ho perso contatto con me stessa. Per mesi ho fatto le cose necessarie. Dentro, però, ero fuori servizio. Proprio spenta. In quel periodo è arrivato un uomo.
Arrivato è una parola strana, perché io non lo avevo chiamato. Anzi, se avessi potuto scegliere, avrei chiesto alla vita una tregua.
Lui si è innamorato di me con una forza che all’inizio mi ha quasi irritata. Mi sembrava eccessivo, persino poco credibile. Mi diceva cose grandi, troppo grandi per una come me in quel momento. Io ascoltavo e pensavo che certi entusiasmi appartengono a chi non ha ancora capito bene dove deve andare. C’era poi un fatto enorme: era sposato. E questo, per me, chiudeva tutto prima ancora di cominciare. Ho sempre pensato di sapere almeno questo di me: non entro nelle vite occupate, non divento il segreto di qualcuno, non mi metto dalla parte da cui si fa male a un’altra donna e lo dico perché, dopo essere stata tradita, l’idea di partecipare allo stesso dolore mi faceva orrore. Lui però insisteva. Non con leggerezza. Non con il tono di chi vuole solo un diversivo. Diceva che il suo matrimonio era finito, che avrebbe preso una decisione, che non voleva perdermi. Io resistevo, o almeno così credevo. Poi, piano piano, qualcosa in me ha ceduto.








