di
Stefano Montefiori
L’Eliseo sa che l’Ue, pur in cerca della sua autonomia strategica, ha bisogno della non ostilità (almeno) degli Usa su tutti i dossier
DAL NOSTRO INVIATOEVIAN-LES-BAINS - Sono obbligati ad andare d’accordo, e si vede a ogni istante. Appena arrivato a bordo dell’enorme Cadillac blindata «The Beast» davanti all’Hôtel Royal che ospita il G7, sulle alture di Evian, Donald Trump si è avventurato da solo sul tappeto rosso perché Emmanuel Macron era impegnato a concludere altri colloqui, dentro l’albergo. Dopo essersi girato un po’ intorno Trump ha esclamato «Sono felice di essere qui!» per rompere l’imbarazzo, il che fa ben sperare visto che al G7 precedente in Canada se n’era andato annoiato, ben prima della fine dei lavori.Dopo il momento della stretta di mano che tormenta entrambi dal 2017 — chi stringe più forte? Chi mollerà la presa per primo? —, Trump ha cominciato facendo la congratulazioni a Macron per la vittoria del francese Ciryl Gane nel combattimento di Mma (arti marziali miste) per l’80° compleanno alla Casa Bianca. «Un grande guerriero francese — ha detto Trump —, hai visto l’incontro, Emmanuel?». Macron, che pratica la nobile arte della boxe ma non sembra granché fan dell’ottagono, ha risposto con la mano in tasca «sì, insomma, non in diretta, l’ho visto in differita», ricordando un po’ quelli che dicono di non aver visto il film ma il trailer, di non aver letto il libro ma la quarta di copertina, insomma, hanno presente.Con Trump, Emmanuel Macron esercita al massimo grado una delle doti che anche i nemici gli riconoscono, cioè lo sforzo costante di fare sentire l’interlocutore, qualsiasi interlocutore, anche lontanissimo da lui, la persona più importante in quel momento, la più amata, la più degna di considerazione. Macron lo fa con tutti, figurarsi quando l’interlocutore è il presidente degli Stati Uniti d’America, un Paese sempre più lontano dall’Europa ma anche sempre più pesante all’interno del G7 (nel 1975 il Pil degli Usa contava per il 45% del totale, oggi per il 57%).A Trump piace venire in Francia perché Macron gli riserva tutti gli onori, compresa quest’anno una spettacolare cena di gala a Versailles alla fine dei lavori del G7, un evento che l’Eliseo ha organizzato per festeggiare i 250 anni degli Stati Uniti e anche per essere sicuri che Trump sarebbe rimasto fino alla fine.APPROFONDISCI CON IL PODCASTIn Canada, l’anno scorso, Macron aveva spinto la premura fino a giustificare la partenza anticipata di Trump: «È tornato a Washington per negoziare il cessate il fuoco tra Iran e Israele», ricavandone un velenoso «Emmanuel è un bravo ragazzo ma, che lo voglia no, non capisce mai niente». Amiconi per forza, e Macron lo ha fatto capire anche ieri, rispondendo con metafora calcistica a chi gli ricordava quell’insulto: «Se fossi rancoroso sarebbe un bel problema. Io sono pragmatico. Non porto che una maglia, quella della nazionale francese, e qui giochiamo in casa».E quindi Macron dice di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con Trump, che prima di arrivare a Evian ha minacciato di mettere dazi del 100% sul vino francese se Parigi non sopprimerà la tassa sui servizi digitali americani. «Questa tassa digitale è stata decisa dall’Europa e molti Paesi l’hanno applicata, non spetta agli Usa decidere del diritto degli europei e dei francesi», ha puntualizzato Macron nell’intervista a Tf1.Con Trump, Emmanuel Macron assomiglia a un genitore sempre combattuto tra fermezza e benevolenza per tenere agganciato a sé un adolescente capriccioso. Lo scorso gennaio Emmanuel ha pronunciato a Davos il discorso del for sure, in cui rivolto a Donald ha ricordato che «noi preferiamo il rispetto ai bulli, lo Stato di diritto alla brutalità», indossando (per colpa di un’infiammazione) occhiali a specchio di effimera celebrità. Donald gli rispose con sufficienza, «ho visto Emmanuel ieri, con quegli occhiali... Ma che è successo?».La fermezza di Davos è sembrata funzionare, e l’invasione americana della Groenlandia che sembrava imminente è sparita — almeno per il momento — dal discorso pubblico. E allora, perché tornare al metodo della benevolenza, anzi, delle lusinghe? Perché compiacere l’imperatore Donald che, dopo le moto da cross volanti davanti alla Casa Bianca, si godrà una cena tra i fuochi artificiali nella Reggia di Versailles?Macron sa che l’Europa, pur in cerca della sua autonomia strategica, ha bisogno della non ostilità (almeno) degli Usa su tutti i dossier, dall’Ucraina ai dazi. E poi, la dinamica della stretta di mano torna anche a proposito di Versailles: «È lì che nel 1783 venne firmato il Trattato che consacrava l’indipendenza americana — ricorda Macron —. Ed è un bene che gli Stati Uniti si immergano di nuovo nel Dna della loro storia». Più che una lusinga, lo sfoggio di lussi radicati nei secoli, al contrario degli ori da parvenu della nuova Casa Bianca di Donald.











